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Ciò che vi apprestate a leggere e ad apprendere non è la sceneggiatura di un film horror, né un romanzo con venature sadiche.

Questa è la storia reale e documentata del noto "Processo di Nogaredo", vicenda che ha ispirato questo sito rievocativo e che dovrebbe fungere da elemento di profonda riflessione su quanto siano davvero cambiate le cose da ieri ad oggi e, soprattutto, se siano così cambiate.

 

Noi possiamo solo testimoniare che le bellezze del territorio sono offuscate da un grido di dolore e riscatto che si percepisce nell'aria, come una tangibile foschia spirituale che aleggia e parla attraverso il vento.

Una sensazione tipica di ogni luogo ove siano stati perpetrati processi sommari, torture ed esecuzioni con il solo fine di sterminare ciò che è considerato diverso e quindi una minaccia per l'artefatto del presente. 

 

CONSULTA ANCHE

L'APPROFONDIMENTO

DI

>> ANDREA ROMANAZZI <<

 

Questa storia, che prende il nome da una delle sue più sfrontate protagoniste, accade nel Tirolo, che i cronisti del tempo ritenevano fra i regioni italiane più fertili in fatto di stregoneria; ebbe il suo inizio da un banale diverbio di donne, si gonfio via via delle denunce più assurde e sconcertanti e si chiuse con cinque condanne a morte. Ciò che risalta in maniera eccezionale in questo processo, non sono le notizie inverosimili che le accusatrici ci prodigano e alle quali siamo adusati, né il groviglio degli odi che le ispirano, ma il coraggio di un avvocato che osò difendere con impegno due di quelle disgraziate e denunciare in pieno gli errori giuridici, psicologici e morali di quella procedura, che erano gli errori del suo tempo. Un giorno del settembre 1646, nella piazzetta di Nogaredo, due popolane ingaggiarono una animatissima baruffa, che richiamò intorno a loro il gruppetto dei soliti curiosi.

 

Una certa Maria Salvatori, detta la Mercuria, accusava pubblicamente Domenica Camelli, chiamata la Menegota, di averle rubato del canape. Costei negava ostinatamente e ricambiava l’accusatrice con gli epiteti più coloriti del suo gergo. Sopraggiunse anche Lucia, figlia della Menegota, a rafforzare la posizione materna; e il diverbio si sarebbe concluso in maniera non del tutto verbale, se non fosse intervenuto a tempo Antonio Caveden a prender per un braccio la moglie Lucia e a spingerla con minacce verso casa.

 

La Mercuria, ritornando insoddisfatta alla sua stamberga, decise di vendicarsi. Accusare la Menegota di furto davanti al giudice non avrebbe potuto, perché non aveva né prove né testimonianze. E d’altra parte, sarebbe stato molto improbabile che il giudice di Nogaredo credesse alle sue ciarle e imbastisse un processo per dar soddisfazione proprio a lei, che tutti in paese temevano per la sua cattiveria. Bisognava perciò far breccia altrove: poi qualche groviglio sarebbe pur nato dall’opera sua.

Il 26 ottobre la Mercuria si presentò al commissariato di Castelnovo per fare la sua deposizione: Nogaredo non rientrava nella sua giurisdizione, ma la denuncia che la Mercuria si decideva a fare era cosi grave, da poter essere presa in esame da qualsiasi giudice.

“Dichiaro”, disse, “che Domenica Camelli e sua figlia Lucia sono streghe.”

“Come lo sapete?” le chiese il giudice.

“Lo so perché mi hanno fatto del male, come l’hanno fatto ad altre persone.”

 

A questo punto la vecchia si abbandonò a un suo lungo e prolisso racconto.

“La Menegota mi diede un pomo perché lo consegnassi alla marchesina Bevilacqua per farla abortire e m’insegnò a seppellire quell’Ostia consacrata, affinché quei signori, camminandovi sopra e calpestanola, facessero una brutta fine, ma io non lo feci, perché i signori di Lodron sono persone dabbene. Che quelle donne siano streghe non si può dubitare. Circa quattro anni fa la Menegota con un ferro infocato lungo cinque dota mi fece un’impronta sulla spalla  sinistra e mi disse di rinunciare al battesimo, alla cresima e a tutti i santi. Io ero davanti al focolare e badavo alle mie faccende; dissi renuntio, ma mene pentii subito dentro di me. E ora domando perdono a Dio benedetto.”

“Quando avvenne precisamente tutto questo?” le chiese il giudice.

“Adesso ricordo meglio”, rispose la vecchia. “Il segno mi fu fatto prima che Lucia avesse dei figli, circa dodici anni fa.”

 

Il 3 novembre il commissario di Castelnovo sottopose alla tortura la Mercuria, non perché confessasse o smentisse quanto aveva dichiarato la settimana precedente, ma perché so decise ad aggiungere dell’altro. La vecchia era caduta nella stessa trappola, che aveva voluto tendere alle sue nemiche.

 

Messa in moto la machina infernale, il processo ebbe il suo proseguimento nel pretorio di Nogaredo, davanti al giudice Paride Madernino. La Mercuria, negli atti del processo, non appare più di persona, né appare il suo nome nella sentenza finale fra le donne condannate a morire. Ma non è da credere, dopo le sue dichiarazioni, che il rogo l’abbia risparmiata.

Delle altre donne, coinvolte dalle sue esecrabili denunce, e di quelle che a loro volta furono tirate dentro al diabolico ingranaggio nel corso del processo, conosciamo tutto, grazie al resoconto particolareggiato degli innumerevoli interrogatori e al diario che il cancelliere  Antonio Frisinghello tenne sino alla fine. Il Frisinghello vi si rivela ora credulone, ora pavido, ora inesorabile, a seconda che nell’animo suo giocavano, in alterna vicenda, i sentimenti dell’odio, della paura, della costernazione. Sulla copertina vi è disegnata una croce raggiante e, intorno ad essa, in bella scrittura, le parole: Christus vincit, Christus regnat, Chrisrus imperat. A questo diario lasciamo orala parola. 

 

 

 

27 novembre 1646

 

Oggi ha avuto inizio il primo processo di stregoneria, al quale io partecipo come cancelliere. E’ ancora vivo il dolore per la morte di mia moglie e di Lisabetta, ma farò del mio meglio per essere preciso e zelante.

Davanti al signor giudice delegato Paride Madernino della giurisdizione di Castellano, nel pretorio di Nogaredo, si è presentata nelle ore tarde del pomeriggio Domenica vedova Camelli, detta Menegota. Interrogata che rapporti avesse con Maria Salvatori, detta la Mercuria, raccontò di una disputa ch’ebbe con lei per un po’ di canape, che essa, secondo l’accusa della Mescuria, le avrebbe rubato.

Le fu chiesto se frequentava il palazzo dei conti di Lordon; rispose che c’era stata qualche volta per portarvi dei gamberi, ma che ci andava più spesso più spesso per chiedere l’elemosina. Disse che ci andava spesso anche la figlia Lucia.

 

“Avete qualche segno sul corpo?”, le chiese allora il giudice.

“No”, rispose, “se ce ne sarà bisogno, mi spoglierò alla vostra presenza. Ma non fatemi di queste domande, perché io non

sono la Morandina.”

“Perché parlate cosi?”

“perché tutti dicono che la Morandina è una malvagia; ma io non la conosco.”

 

29 novembre 1646

 

Interrogatorio di Lucia, figlia della Menegota e moglie di Antonio Caveden. Ha dichiarato di essere lavoratrice nei campi e di fare lino in casa.

 

“Dove eravate quando vennero per arrestarvi?”

“Andavo a chiamare mio marito. Gli sbirri mi legarono il braccio destro con una corda e mi tagliarono le trecce.

Io dissi allora: ‘Io non sono una strega, per grazia di Dio.’”

“Perché avete detto questo?”

“Perché ho saputo che quando la Mercuria fu arrestata, le furono tagliate le trecce.”

“Conoscete la Mercuria?”

“La conosco benissimo. E’ mia nemica.”

“Le avete mai dato un pomo?”

“No, mai.”

Lucia raccontò poi la storia del canape:

“Quando tornai a casa, mio marito mi rimproverò di aver litigato in pubblico e mi diede un sacco di bastonate. E tutto per

colpa sua.”

 

30 novembre 1646

 

Giornata piena di emozioni. Ne sono ancora tutto sconvolto.

Lucia è stata interrogata la seconda volta: ha negato ostinatamente di aver dato alla Mercuria quel tal pomo, destinato a far abortire la marchesina Bevilacqua. Ha negato anche di aver aiutato la Mercuria a stregare Cristoforo Sparamani. Ma sono bastati alcuni tratti di corda per farla confessare. Ciò che ha narrato mi riempie di orrore. Lucia ha confessato che, un anno e mezzo fa, fu invitata a casa di Domenica vedova di Valentino Gratiadei, dove vi trovò la Mercuria, intenta a preparare un vasetto d’unguento.

 

“Che cosa ne volete fare?” chiese Lucia. “Vogliamo conciar per le feste il signor Cristoforo”, rispose ridendo. “E poiché io non volevo andar con loro”, continuò, “mi toccarono sul naso, e io fui costretta a spogliarmi. Mi accorsi allora che diventavo sempre più piccola e che mi trasformavo in gatto. Tutte sotto forma di gatto, ce ne andammo a casa di Cristoforo, che dormiva solo sul suo letto. Domenica e la Mercuria lo unsero per bene dalla testa ai piedi, ma io non volli aiutarle. Dopo una mezz’ora ritornammo a casa di Domenica, che mise sulla tavola pane, formaggio e un boccale di vino. Ci mettemmo a mangiare e a bere. Esse ridevano soddisfatte.”

 

Il racconto di Lucia ha sconcertato anche il giudice, che sembrava non riuscisse a capire certe cose.

 

“In casa di Domenica c’era anche un uomo, e a me pareva che fosse Antonio Gratiadei;

ma la Mercuria mi disse che era il diavolo. A un certo punto, costui abbracciò la Mercuria e Domenica, ma me no.”

“E’ proprio vero che il diavolo non vi ha mai abbracciata?”

“Può essere che l’abbia fatto sotto la forma di mio marito.”

Siete mai stata al congresso delle streghe?”

“Ci sono andata più volte insieme alla Mercuria, con Domenica, con Morandina di Maran, e qualche volta anche con mia

madre.

Il diavolo in forma d’uomo c’era sempre: si conduceva dietro alcuni suonatori e persino un cantante. Noi ballavamo e

facevamo baldoria.”

 

A questo punto Lucia ha fatto quella tremenda rivelazione, che mi ha atterrito. Ha raccontato che Domenica, un giorno ch’io ero assente da casa, era entrata in cucina e aveva messo sotto il naso di mia moglie una certa cosa. Mia moglie è morta per opera di quella strega! Ma sarà mai fatta giustizia di tutte queste malfattrici e il mio sdegno sarà placato.

In tanto dolore, ho la soddisfazione di avere dalla mia parte il favore del signor giudice, il quale, all’udire quell’orribile notizia, ha comandato che Lucia fosse sottoposta a più severa tortura. Lucia ha urlato come una bestia. Ma che cosa non meritano queste maledette! Anche sua madre è una strega: l’ha accusata lei stessa.

 

2 dicembre 1646

 

Oggi il bargello Giuseppe Goriziano ha finalmente arrestato Domenica Gratiadei, l’assassina di mia moglie.

Lucia è stata interrogata di nuovo: ha confermato le sue deposizioni precedenti e ha supplicato di non essere torturata. Da lei ho conosciuto gli ingredienti che sono serviti a manipolare l’unguento con cui mia moglie fu uccisa: olio comune, finocchio pesto, ravano, aglio, polvere di ossi di morti; a tutto ciò il diavolo ha mescolato una certa polvere. Evidentemente, deve essere stata questa l’ingrediente micidiale.

 

3 dicembre 1646

 

Interrogatorio della Menegota, madre di Lucia. E’ parsa pallida e debole. Le furono comunicate le deposizioni, fatte contro di lei dalla figlia Lucia e dalla Mercuria. Sembrò sorpresa e negò con insistenza.

Il giudice l’ha messa a confronto con la figlia, che l’ha accusata di aver preso parte allo stregamento di Cristoforo. La vecchia, dopo aver molto riflettuto, confermò le dichiarazioni di Lucia; ma aggiunse altre nortizie, che il giudice non aveva sollecitato.

 

“Sono stata più volte al congresso delle streghe. Mi specialmente uno, cui partecipai dodici anni fa, in casa di Francesco

Delaiti; c’era anche un uomo vestito da prete, che assomigliava tutto a don Rinaldo; ma era il diavolo.”

 

E’ possibile che il demonio rappresenti nel Sabba la figura di un prete innocente? E se quello era davvero don Renaldo, può Dio permettere che il suo gregge sia contaminato a tal punto?

 

4 dicembre 1646

 

Finalmente ho visto in faccia Domenica Gratiadei, l’assassina di mia moglie. E’ una donna dall’espressione dura e cattiva. Ha negato di aver partecipato allo stregamento di Cristoforo. Messa a confronto con Lucia, è impallidita. Il giudice ha posto sul tavolo i vasetti e le boccette trovate a casa sua.

 

“Ecco”, ha sostenuto Lucia, “qui dentro avete preparato l’unguento per stregare Cristoforo.”

Domenica rispose:

“Sono incolpata a torto; fate quel che volete; se mi fate morire, sarò condannata ingiustamente.”

 

Le furono lette le deposizioni della Mercuria.

 

“Rispondete, dunque; dite che sono vere.”

“Vossignoria”, rispose Domenica con un tono di falsità che non poteva non essere palese a tutti, “scriva che l’ho fatto; non

so però d’averlo fatto.”

 

Qui la tortura era indispensabile per strapparle da bocca la verità. Il giudice fece il suo dovere, e gliene sarò sempre riconoscente.

 

5 dicembre 1646

 

Oggi l’ipocrisia e la perfidia di Domenica so sono rivelate appieno. Quando il giudice le chiese di confermare quanto aveva dichiarato ieri, ebbe il coraggio di sconfessare, affermando che i vasetti trovati a casa sua le servivano per usi comuni. Lucia  le rinfacciò che mentiva e, mostrandole certa farina, disse:

 

“Questa è la polvere che hai adoperato per stregare la moglie di signor cancelliere.”

“Questa è farina”, ribatté l’altra, “e non è vero ch’io abbia rovinato la moglie del signor cancelliere; né mai sono stata nella

sua cucina.”

 

Lucia ripeté che quelli erano ingredienti per malefizii. Domenica, spudoratamente, sostenne che erano grani di frumento, destinati parte per il suo vitto, parte per le galline.

Scoppiò allora un violento diverbio fra le due donne, che il giudice saggiamente stroncò sottoponendo ancora una volta l’assassina di mia moglie ad alcuni tratti di corda.

Domenica si decise di confessare tutto e dichiarò cose terribili e denunciò altre persone. Perciò il bargello ha ordinato di comparire davanti al giudice per deporre sotto giuramento alle seguenti persone: Cecilia Sparamani e Maria sua figlia, Santo Peterlino e suo figlio Gratiadei, fabbri; Donato Beltrami, servo degli Sparamani; Giovanni Battista dei Maistri e la moglie Caterina.

 

6 dicembre 1646

 

Stamani Cecilia Sparamani ha dichiarato che il figlio Cristoforo va soggetto a periodici attacchi di epilessia e che non sono valse le cure dei medici a guarirlo. Consigliata da molto religiosi, nonché dal cappellano del paese, che lo ritenevano fatturato, aveva deciso di mandarlo al Santo di Padova; ma, essendo le strade impraticabili per il cattivo tempo, l’aveva condotto a Brondolo, dove il vescovo aveva fatto gli scongiuri.

 

“Ora si trova a Trento”, concluse, “dove il padre Macario gli ha dato alcuni suoi bollettini contro le fatture.”

“Sospettate di qualcuno?”

“No, non sospetto di nessuno.”

 

Si è presentato anche Giovan Antonio Ferrari, detto Scarambea, e ha fatto le seguenti dichiarazioni:

 

“Qualche anno fa fui morsicato da una vacca e da una vitella in maniera piuttosto grave. Ma non ho mai avuto sospetti di

nessuno.”

“Nemmeno di Lucia Caveden?”

“Veramente di lei non so cosa pensare. Mia moglie l’altro giorno m’ha raccontato che Lucia venne una volta a casa mia a

pregarla ch’io volessi tenere un suo bambino a battesimo; se l’avessi fatto, assicurò, non mi sarebbe più morto bestiame.”

 

7 dicembre 1646

 

Deposizione di Gratiadei Peterlino, giglio di Santo, intorno allo stregamento di Cristoforo.

 

“Hai mai visto gatte per la casa?” gli chiese il giudice.

“Più di una volta”, ha risposto. “E benché io mi provasse a cacciarle, non ci sono mai riuscito. Esse ritornavano sempre e

facevano urli e versacci.”

 

Anche Domenica Gratiadei ha subito oggi il suo terzo interrogatorio. Dichiarò di non sapere in nessun modo come sia stato stregato Cristoforo, ma confessò finalmente di aver dato alla Mercuria il pomo che avrebbe dovuto far abortire la marchesina Bevilacqua.

 

13 dicembre 1646

 

Lucia ha fatto questa deposizione:

 

“Domenica mi ha confidato che il diavolo le aveva dato un anello in segno di patto e me l’ha mostrato; ci sono incise sopra alcune lettere. Ma ne aveva anche un altro senza pietra, e con quello ha bollato me, qui sulla spalla.”

 

Le furono mostrati due anelli che furono trovati in casa di Domenica. Lucia dichiarò che erano quelli.

Richiesta dello stregamento dei buoi dello Scarambea, disse ch’era operato ungendo le greppie; e ce ne descrisse il modo.

 

17 dicembre 1646

 

Stamane Lucia ha fatto altre orribili deposizioni. Domenica è l’assassina anche di Lisabetta. Con l’aiuto di sua figlia Benvenuta, una ragazza di diciassette anni, la vecchia ha preparato un’insalata malefica, che ha causato la morte della mia figliola. Domenica ha confermato tutto: di aver consacrato al diavolo Benvenuta, di averla indotta a rinunciare al battesimo e agli altri sacramenti, di aver preparato l’insalata malefica. E quando il giudice le ha chiesto il modo con cui aveva imbastito quella fattura, si è indugiata a lungo e con massima indifferenza a descriverci quella pietanza infame, come se ci avesse descritto il piatto più prelibato.

 

18 dicembre 1646

 

Lucia è stata interrogata di nuovo. Il giudice dubitava della sua sincerità, poiché gli sembrava che le accuse da lei prodigate con tanta sfacciataggine fossero accuse il frutto di malanimo e di astio personale. Essa ha giurato sui Vangeli di  aver detto tutta la verità e ha sostenuto che l’avrebbe riconfermata anche nei tormenti. E cosi ha rinnovato le sue accuse contro Benvenuta, contro Isabella Brentegana e la figlia Polonia, contro Santo Peterlino, contro Delaito Cavaleri: tutta gente dedita alla stregoneria, che più d’una volta ha partecipato al Sabba, che è stata presente alla manipolazione degli unguenti malefici, che s’è trasformata in forma bestiali. Riconfermò quanto aveva già deposto sulle Ostie ricevute dalla Mercuria, ma, presa forse da uno scrupolo, precisò che l’anello con le lettre incise, di cui aveva parlato il 13 del mese, non era stato consegnato dal diavolo a Domenica, ma alla suocera di lei, ch’era anch’essa una strega.

Il giudice irritato dalle sua contraddizioni l’ha fatta torturare. La tortura è durata circa dieci minuti fra urli e gemiti; durante i tormenti ammise di non aver mai avuto Ostie consacrate dalla Mercuria e di non sapere se Santo Peterlino avesse rinunciato al battesimo.

La tortura di Domenica è durata di più, forse mezz’ora. Non ho mai udito dele grida cosi bestiali, ma non mi sono commosso. La vecchia ha ammesso finalmente di aver preparato l’insalata per la mia Lisabetta.

 

20 dicembre 1646

 

Benvenuta Gratiadei interrogata la prima volta. Mi è sembrata sincera.

 

“Che opinione hai di tua madre?” le ha chiesto.

“L’ho sempre ritenuta onesta.”

 

Il giudice le lesse le denunce di Lucia.

 

“Mi sembra di non aver mai fatto quelle cose. Sono stata si, più di una volta, in compagnia di ragazze e abbiamo riso e

ballato, ma non ho idea di aver fatto altro. Qualche volta veniva anche un giovane, che io non conoscevo, e ballava con

me.”

 

Il giudice, minacciandola, le raccomandò di dire la verità su quel giovane.

 

“Mia madre mi disse che quello era il diavolo e che non dovevo aver paura di lui. Un giorno egli mi applicò sulla spalla un

suo ferro infuocato e mia madre vi pose sopra un suo anello. Un’altra volta mi diede del denaro, che io consegnai a mia

madre. Ma sono passati alcuni anni da allora e io me ne ricordo appena. Mi sembra un sogno.”

“ E’ vero che hai portato l’insalata a Lisabetta?”

“ Si, per ordine di mia madre. Lucia mi veniva dietro per vedere se Lisabetta l’avrebbe mangiata. C’erano anche la Mercuria

e la Menegota. Quando videro che la mangiava, tutte si misero a ridere gridando: ‘L’ha mangiata! l’ha mangiata!’”

“Hai qualche segno diabolico?”

“Si, qui sulla spalla sinistra.”

 

Sono stati chiamati i medici Betta e Bosini, che riscontrarono effettivamente il segno: era una macchiolina della grandezza di una lenticchia.

 

23 dicembre 1646

 

Benvenuta ha dichiarato che allo stregamento dei buoi dello Scarambea hanno contribuito Zinevra vedova di Valentino Chemol e Caterina Baroni detta Fitola.

 

24 dicembre 1646

 

Lucia ha denunciato come complice Maddalena Andrei, detta la Filosofa, e ha confermato che Santo Peterlino non è soltanto uno stregone, ma capo degli stregoni, e che per questa ragione è chiamato il caporale.

Per fortuna, il Peterlino è già arrestato! Il cerchio dei malfattori si allarga sempre di più.

 

Natale 1646

 

Il Natale dovrebbe essere una gioia per tutti. Ma io sono solo, privato degli affetti familiari dalla perfidia di quattro donne maledette. Tutto qui dentro mi pare stregato: il pane che mangio, il letto su cui dormo i miei sonni inquieti…

 

2 gennaio 1647

 

L’anno nuovo è cominciato sotto il segno di Satana. Domenica ha descritto i congressi diabolici, ai quali ha assistito assieme con le altre e con Santo Peterlino: le solite nefandezze.

 

10 gennaio 1647

 

Interrogatorio della Filosofa. Prima ha negato tutto, poi ha detto molto di più di quanto il giudice volesse sapere. Raccontò di aver rinunciato al battesimo per istigazione della Brentegana e di aver partecipato più volte alla congrega diabolica.

 

“Mi sapete dire com’era composto l’unguento di cui vi ungevate per andare alla congrega?”

“Ecco: si prende un’Ostia consacrata, del sangue di piccole creature, dell’acqua santa, del grasso di bambini morti e si

mescola il tutto, pronunciandovi sopra parole segrete della maledizione.”

 

Ha aggiunto di aver essa stessa disseppellito alcuni bambini e di aver aiutato le altre a tagliarli a pezzi e a estrarne il grasso per manipolare l’unguento.

 

“Quei pezzi”, concluse, “si mettono in pentola e si fanno bollire, poi si portano in tavola e si mangiano; qualche parte si mette ad arrostire.”

 

13 gennaio 1647

 

La Filosofa ha dichiarato falso tutto ciò che aveva confessato il 10 del mese.

 

“Chi vi ha consigliato di comportarvi in questo modo?” le ha chiesto il giudice in tono severo.

“Scusatemi signor giudice: ho detto quelle frottole un po’ per paura, un po’ per stupidità, perché speravo che se avessi

confessato tante cose, voi mi avreste rimandato a casa. Ora mi accorgo di essere stata una citrulla a raccontarvi tante

bugie.”

 

Il giudice le ha fatto dare alcuni tratti di corda. La Filosofa non ha resistito e si è messa ha gridare:

 

“Tiratemi giù, per carità. Tutto quello che vi ho raccontato è vero. Si, sono una strega. Ma tiratemi giù, per carità”.

 

La tirarono giù e le misero a posto le ossa. Lei continuava a lamentarsi guardandosi con terrore le mani, ch’eran diventate paonazze.

 

25 gennaio 1647

 

Santo Peterlino è stato sottoposto alla tortura. Benché settantenne, ha avuto la forza di negare sino in fondo. E’ stata la forza della coscienza, o l’aiuto di Satana? E’ una distinzione, che non sono in grado do fare.

 

27 gennaio 1647

 

La giovane Benvenuta è stata interrogata di nuovo, ma ha dichiarato falso quanto aveva confessato in precedenza.

 

“Eppure, nessuno vi ha costretto. Avete parlato liberamente e avete poi confermato le vostre deposizioni. Perché dunque?”

“Ho confessato per paura e ho raccontato quelle cose, non perché io le abbia fatte, ma perché le intesi dire. E se non dissi

subito cosi come dico adesso, è perché allora io rispondevo conforme  a quanto mi veniva domandato.”

 

Messa a confronto con Lucia, ha persistito nel negare. Le due donne si sono colmate di contumelie e di improperi.

 

28 gennaio 1647

 

La Menegota è stata torturata e ha palesato il nome di altre complici. La tortura è stata leggera, in considerazione della sua età avanzata.

Sera. Anche Domenica Gratiadei è stata torturata. Niente di nuovo.

 

10 febbraio 1647

 

Il bargello ha arrestato Caterina, detta Filosofa, e Zinevra, vedova di Valentino Chemol, e ha presentato l’inventario degli oggetti che sono stati trovati in casa della Fitola: un vaso di terra pieno di grasso, un fungo di larice, un fazzoletto sporco di unguento, un fiaschetto  con poca roba dentro. Indubbiamente, strumenti di stregoneria.

 

19 febbraio 1647

 

Caterina Fitola ha confessato di essere strega , di aver rinunciato al battesimo e di aver suscitato temporali.

 

20 febbraio 1647

 

Anche Zinevra Chemol si è professata strega. La tortura è davvero uno strumento infallibile!

 

1 marzo 1647

 

Con decreto del 26 febbraio Domenica Camelli, Lucia Caveden e la Filosofa sono state dichiarate ree convinte. Oggi ho notificato loro il decreto e ho chiesto se intendano difendersi. La Filosofa ha rinunciato:

 

“Chi volete che mi difenda?” ha detto, “quale avvocato potrà prestar fede alle mie protesete d’innocenza?”

“Non sappiamo come fare”, hanno risposto Domenica e Lucia, “né abbiamo le possibilità; però se dev’esserci assegnato un

difensore d’ufficio, vorremmo che ci fosse dato il dottor Passerini, nel quale abbiamo fiducia.”

 

9 marzo 1647

 

Stamane, al levar del sole, il bargello, nel fare il consueto giro d’ispezione alle carceri, ha trovato la Filosofa morta. Chiamato a verificarne il decesso, l’ho vista distesa al suolo e già fredda. La mia emozione è stata profonda, Cosi finiscono i nemici di Dio!

 

Notte. Ho ripensato alla morte della Filosofa. Non riesco a capire come si sia uccisa. E’ da escludere che si sia impiccata o che abbia adoperato un’arma qualsiasi. Forse l’ha strangolata il demonio; non sarebbe il primo caso.

 

14 marzo 1647

 

Oggi Caterina Fitola e Zinevra Chemol sono state torturate per l’ultima volta, ma non hanno aggiunto niente di nuovo a quanto conosciamo.

L’avvocato Bertelli è stato scelto come patrocinatore di tutte queste donne maledette. Domani gli trasmetterò copia degli interrogatori.

 

dal 14 marzo al 14 aprile 1647

 

Dal 14 marzo al 14 aprile, giorno dell’esecuzione, il diario del cancelliere Frisinghello non fa menzione di nulla; non una parola sulla difesa del patrocinatore, non un cenno sugli ultimi giorni vissuti dalle sciagurate. Soltanto un’osservazione, un po’ sarcastica, gettata là come per caso, senza indicazione del giorno:

 

“Il fosco ha poco da rallegrarsi della confisca dei beni di quelle pezzenti!”

 

La difesa dell’avvocato Bertelli, in trentasei pagine, che troviamo allegata agli atti del processo fu brillante, ma vana. Le sue argomentazioni a favore delle patrocinate rivelano un buon senso, un equilibrio, uno spirito critico, che forse agli giudici e al cancelliere dovettero sembrare ingenuità e dabbenaggine. Egli lamentava che molte interrogazioni fatte alle inquisite fossero state “suggestive” e che le risposte, registrate negli atti, fossero state “piuttosto scritte che dette”; osserva che il cancelliere Frisinghello, essendo diventato parte in causa nel corso del processo, avrebbe dovuto dimettersi dal suo ufficio; che alle malvagie denunce della Mercuria si doveva dare il valore che meritavano, e in tal modo non sarebbe scatenato quel complesso di errori, di volgarità, di calunnie, che aveva tanto allarmato quei paesi; che non si deve attribuire importanza a “segni” che le sventurate confessano di avere sul loro corpo, poiché quei segni, come dichiarano i medici stessi, potrebbero essere naturali; che illegale è chiamare a testimonio, in cause che comportano la pena capitale, la figlia contro la madre, la moglie contro il marito, eccetera; che le cose riferite erano assolutamente inverosimili.

 

Il giudice non tenne in nessuna considerazione la difesa del Bertelli e condannò Domenica Camelli, Lucia Caveden, Domenica Gratiadei, Caterina Fitola e Zinevra Chemol a essere decapitate e poi arse. Isabella Gratiadei, la figlia Polonia e Valentina Andrei si salvarono perché assenti, ma furono bandite in perpetuo; il vecchio Santo Peterlino fu scarcerato. La sentenza fu eseguita il 14 aprile.

 

Da quel giorno è datata l’ultima pagina del diario di Frisinghello_

 

14 aprile 1647

 

la sera

 

Oggi le streghe, ree convinte sono state decapitate dal carnefice Leonardo Oberdorfer: i loro corpi sono stati arsi alla presenza della popolazione. Giustizia è stata fatta; di lei non potranno lamentarsi i signori di Lodron, né i marchesi Bevilacqua, né la ceneri di mia moglie e della mia carissima Lisabetta. Il dominio di Satana dev’essere annientato nel corpo delle sue fedeli, a dispetto di tutti i Bertelli del mondo, che lo sostengono coi cavilli giuridici e vorrebbero perpetuarlo sulla terra.

 

 
 

 

 

Parte del verbale di un processo per stregoneria che si svolse a Villa (oggi Nogaredo), nel 1646-47. Maddalena Andrei morì in carcere prima della sentenza, le altre imputate furono giustiziate il 14 Aprile 1647.

 

Il giorno 10 gennaio 1647 viene assunta ad esame Maddalena moglie di Antonio Andrei, detta la filosofa.
Le vengono lette le deposizioni a suo carico, al che essa risponde con sdegno:


"Non è vero niente. No so niente; nemmeno ne voglio fastidio. Non so di queste baje! "


Dopo lunghe insistenze comincia a confessare.


"E stata la Brentegana che m'ha fatto renuntiare al batesimo. Ivi era presente il diavolo trasformato in un bell'huomo, che pareva un capitanio vestito a livrea di rosso, ma era nero nel mostazzo e, nel mentre che da Santo Peterlino mi fu buttata l'acqua sovra la testa, e diceva le parole del disbattezzo, lui muggiva come fa un toro, sopiando che pareva un màntese.
"Dopo la renuntia al batesimo, cosa si deve fare? "
" Si deve adorare il diavolo; e quando si comunica si deve sputar fori de bocca il Santissimo, et anco si toglie per far delle furfanterie ".


" Che specie di furfanterie? "


"Si piglia di questa Eucaristia, del sangue di creaturine piccole, dell'acqua santa, del grasso di bambini morti e, mescolando tutto insieme vi si pronuntia sopra le parole secrete della maleditione che si vol fare ".


"I bambini morti dove li prendete? "


" Si prendono dove che stan sepolti. Anch'io una volta ne portai dui al gioco ~ che avevo cavato con l'aiuto di una mia compagna. Li cavassimo di notte, uno verso la porta grande, e uno dalla parte della cappella, ch'erano anchora freschi, con le sue ghirlandine. In quel gioco, prima se gli taglia via la testa, poi i brazzi, le mani, i piedi, i genocchi; poi se gli cava fori dei grassi per far l'onto; e questo si fa tutto nella sinagogha delle strie ; et ivi quei pezzi si mettono in pignatte, bollono, poi si portano in tavola, e si mangiano: e alcuna parte anche si mette arrosto ".

 

Il giorno 13 gennaio 1647, nuovamente assunta ad esame, Maddalena Andrei, detta la filosofa, ritratta tutto ciò che ha detto nell'interrogatorio precedente:


" Avendovi pensato su, e considerato che per la sorpresa e per la paura ho dette tante baje, certo ho trovato che ho fatto errore a dirvi quelle cose, perché se avessi confessato il vero, mi avreste oramai liberata, e sana tornata a casa: invece sono stata una minchiona a dirvi quelle cose che non son vere ".


L'illustrissimo Giudice l'ammonisce benignamente a dir la verità, se non vuoi essere sottoposta all'esame rigoroso e le dà lettura del costituto di Lucia Caveden, in cui si afferma che essa ha partecipato a operazioni di streghe.


"Sì è vero che andai pur io et vi furono anco quelle da Castellano et andassimo tutte in casa de Santo, dove si radunassemo tutte e andassimo a faturar uno Agostino. Ma mi no l'ontai "


Vista la reticenza dell'inquisita, l'illustrissimo signor Giudice dà ordine che venga sottoposta all'esame rigoroso. Appena sollevata in alto dalla corda la filosofa comincia a gridare, dicendo:


" O Dio! O Giesus, o Giesus, o Giesus, o Giesus! Son morta! Quello che ho dito, ho dito. O Santissimo Iddio, lasème zò, che ho ditto la verità... Dico che è vero tutto quello che ho detto, ratifico che son una stria; ma lasème zò, per carità! ".
 

Essa viene calata giù, e intanto che le si rimettono le ossa a posto, non cessa di lamentarsi.


" O Giesus, fe' pian! O li miei brazzi! O le mie mani, come le ze vegnude negre! "

 

 
 

(LP "DISCANTO")

(Testo della canzone di Ivano Fossati - Lamberti Bocconi, ispirato da questa vicenda)

 

L'Accusa

Durante gli interrogatori è riuscito
che le imputate
in tempo di luna al primo quarto
hanno rinunziato al sacramento
del battesimo
seducendosi l'una per l'altra
a commettere tale mancamento
permettendo per maggiore dannazione
delle loro anime
di essere ribattezzate
con una nuova infusione d'acqua
sopra il capo
essendosi sottoposte a tal legame
di obbedienza
al Nemico del genere umano.

Che in tempo di luna piena
a ore comode, ai malfatti propizie
erano portate in aria
invisibilmente
in maledetti congressi
dove venivano compiute
diversità e quantità di incantagioni, sortilegi
giochi bestiali ed ereticali.

Che i luna di ultimo quarto
hanno esse confessato le violenze
i venefici, i danni infiniti
le infermità incurabili
alle persone, agli animali.

I luna nuova di settembre
la distruzione dei raccolti
nelle campagne
mediante la sollevazione
di venti e tempi
impetuosi.

Dialogo fra l'inquisitore e un'imputata

Ma tu chi sei
cos'hai perché non parli
non argenti di stelle
questo scialbo mattino
non sei tu stessa
a incasellarli
gli astri lucenti
nel grande albo del cielo
o sei anche tu una figurina
senza potere
se non nelle notti
di ferire i viandanti
come spina.

Ahi signore
se potesse tutto il male
che mi consuma
mutare la spada tua
in un giro di scale armoniche
ascendenti
o in una strada
che via mi conducesse.
Ma non vale niente che io faccia
che resista o che cada
tu non capisci
è questo il grande lutto
che oscura le mie vesti
ma voglio dirti la verità
dal lato brutto a cui non si rimedia
tu non capisci
è questo il grande mare
io non ti amo
è questa la tragedia.

La sentenza

Visto il processo
coi testimoni esaminati
dove manifestamente si comprova
il corpo dei diversi delitti
per essere stati commessi
viste le dottissime difese
per psarte delle dette rappresentate
viste finalmente
le cose che devono vedersi
e considerate
quelle che devono essere considerate
avuto il parere decisivo
dei molti illustri e chiari signori
commissari di questa giurisdizione
affinché non abbiano a gloriarsi
delle loro pessime opere
ad esempio di altri
in via definitiva
sentenziamo e condanniamo.

Il 14 aprile 1647, nel luogo designato
davanti ai contadini obbligati ad assistere al supplizio
vengono decapitate:
Lucia Caveden, Domenica, Isabetta e Polonia Graziadei,
Caterina Baroni, Ginevra Chemola e Valentina Andrei
i corpi sono bruciati, i resti seppelliti alle Giarre in terra maledetta.
I beni delle donne confiscati.

 

 

UNA PRODUZIONE DE "Il Portale del Mistero"

 

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