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L'APPROFONDIMENDO

di Andrea Romanazzi

 

Nasce a Bari nel 1974; laureato in Ingegneria Civile, da oltre quindici anni si interessa a varie discipline, come l’antropologia e l’archeomitologia, e si occupa effettuando ricerche sul campo di manifestazioni religiose, magico popolari e folklore, che ritiene essere quod superest di una cultura millenaria oramai persa.

Il suo interesse principale è la ricerca delle tracce dell’antico culto della Dea Madre e le sue evoluzioni tra storia, mito, religione e tradizioni. È autore del libro “La Dea Madre e il culto Belitico: antiche conoscenze tra mito e folklore” edito nel febbraio 2003 da Levante Editore. Suoi articoli sono stati pubblicati su quotidiani e riviste specializzate e collabora in esclusiva con la rivista Graal della Hera Magazine.

 

Dal 2004, Andrea Romanazzi offre la propria collaborazione allo staff de Il Portale del Mistero ( www.ilportaledelmistero.net ) e presso le redazioni dei principali siti misterici e di ricerca, dove cura rubriche di archeologia, archeomitologia, folklore e tradizioni popolari. Ha partecipato a numerosi seminari e convegni, tra cui nel 2004 alla Mostra Internazionale Millennium (patrocinata tra gli altri dal Comune e dalla Provincia di Brescia) con un intervento dal tema “Antiche Madri nel Bacino del Mediterraneo: analisi comparata del Mito delle Sacre Nozze”.

 

 

 

 

Cronaca di un processo di Lamie - Le streghe di Nogaredo

Il termine strega nasce da molto lontano, da un immaginario uccello notturno, simile ad un gufo, chiamato strix dai latini, che, secondo la tradizione, penetrava nelle case per cibarsi del sangue dei bambini. Questa è l’origine del successivo termine striges e dunque strega.

 

Ma chi erano veramente le streghe. La stregoneria, come documentato nei primi scritti sulla materia, affonda le sue radici nel paganesimo, e in particolare negli atavici ricordi di un culto mai del tutto scomparso, quello della Dea Madre i cui rituali di fertilità e procreazione, andarono lentamente mutando nel tempo, perdendo così la loro antica origine religiosa. In questa ottica vedremo le “streghe” come quello che resta delle antiche sacerdotesse della dea, donne legate ad antichi rituali tramandati dalle madri alle figlie da tempo immemorabile e legati ai rituali di campagna.

 

La religione cristiana ha da sempre cercato di opporsi alle forme di paganesimo che, mai dimenticate, rimanevano ben radicate negli usi e nelle abitudini dei paesi di campagna. Nel 452 il concilio di Nicea condannò ufficialmente il culto delle pietre, ma questo non bastò per cancellare pratiche religiose ben radicate tra le popolazioni, successivamente nel 789 il Concilio di Tours proibì nuovamente qualunque rituale legato ai culti naturali, ma anche queste norme rimasero disattese. Una data piuttosto importante è il 314, dove al Concilio di Ancira il monaco Graziano presenterà il Canon Episcopi, fino al 1000 il più importante riferimento nella lotta al paganesimo. E’ qui che troveremo una ulteriore traccia di quei riti popolari di cui successivamente si traviserà la memoria. A differenza dei trattati successivi, infatti, si collega la stregoneria al culto pagano di Diana, retaggio di una antica religione mai del tutto cancellata, le streghe erano considerate semplici donnine superstiziose e l’accusa non era tanto di malefici quanto di essere ritenute della pagane legate a rituali falsi e menzonieri.

 

Se dunque fino al Medioevo i processi erano di poco interesse e forte era la tolleranza, nel 1500 il modus agendi cambia radicalmente, i processi entrano nei tribunali e nel 1525 viene autorizzata dal Papa la tortura per estorcere le confessioni, il rogo come punizione finale. Le streghe non sono più semplici superstiziose e donne ignoranti ma spesso gente di basso ceto accusata per semplici gelosie o inimicizie, o come capro espiatorio di strane malattie, alluvioni, siccità e di qualunque evento dannoso colpiva la comunità.

 

Era questo il segno che in essa si annidava la serpe del diavolo: la strega. Nel XIII secolo nasce la vera e propria caccia a questa “novella strega”. Nel 1484 sarà papa Innocenzo VIII a dal inizio, con la sua bolla Summis desiderantes affectibus, alla infausta caccia, ratificata poi dal tristemente famoso Malleus Maleficarum dei due domenicani Jacob Sprenger e Heirich Kramer. tra il XIV e il XVII sec. nove milioni di donne furono trucidate spesso perché colpevoli di semplici superstizioni.

 

E’ forse nel gotico borgo di Nogaredo che troveremo un chiaro esempio di questa “lamia”, non l’amante del diavolo, bensì una semplice donna di campagna la cui ignoranza e le cui invidie saranno la sua condanna al rogo. La vicenda ha inizio il XXIV Novembre del 1646, data in cui si diede inizio a quello che sarà denominato “Processo Criminale per la Distruzione delle streghe”. In questa data infatti Maria di Nogaredo, nota con il soprannome di Mercuria, accusata di stregoneria per aver aiutato ad abortire una ricca donna del paese, la marchesa Bevilacqua, addita Domenica Chemelli, nota con il soprannome Menegota, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Cavaden di esser anche loro ree.

 

In realtà, come si può ben leggere tra le righe delle numerose confessioni poi estorte alla Mercuria, tra le donne vi era solo una forte inimicizia nata da un battibecco pubblico nella piazza del paese su della canapa che, secondo Domenica, era stata rubata lei proprio dalla sua accusatrice. Epidemie, carestie, ma spesso complotti e gelosie, erano il vero inizio di processi interminabili che portavano a torture e alla morte di molti abitanti di piccole comunità dove ancora forte regnava la paura e il soprannaturale. Mercuria pensava di poter denunciare e dunque vendicarsi delle due donne senza che per lei ci sarebbe stato alcuna accusa, ma la verità è ben lontana, tra i tormenti e il crepitio delle sue ossa sottoposte alla tortura della corda, durante l’interrogatorio del 15 Novembre, confessa di esser una strega, iniziata proprio da Domenica e la figlia Lucia, per le quali aveva rubato anche il Santissimo Sacramento “…quattro ostie mi ho levate fora de bocca, una delle quali ho data alla Menegota, una a quella di Nogarè, e con le altre due m’insegnarono che dissipassi delle creature…”.

 

Tra gli omissis presenti nel manoscritto che ne descrive le confessioni, che verosimilmente coincidevano con tremende torture patite da Mercuria, ella confessa anche di aver partecipato a sabba notturni sotto le sembianze di gatto e di essersi unita con il diavolo. Queste sono le accuse e i moventi di un processo che vedrà indagati a catena moltissimi abitanti del paese, questo lo scenario dei molti processi del XVII secolo in una consuetudine tipica dei processi di campagna, ove sempre più spesso, più che di fronte a streghe e fattucchiere, siam in presenza di misere donne che, per invidia, ignare dei rischi delle loro confessioni, accusavano e denunciavano altre loro compaesane. Il 27 Novembre, al cospetto del Giudice viene portata Domenica Chemelli a rispondere delle accuse a lei mosse e il 29 la figlia Lucia che non fanno altro che confermare l’astio tra loro e Mercuria sfociato nel litigio per la canapa rubata.

 

Ma il “tratto di corda” doveva ancora far sentire i suoi effetti e così Lucia racconta come lei e altre donne del paese stregarono il signor Cristoforo Sparamani, “…e divenni piccola piccola in forma di gatto, et andassimo di compagnia in casa Sparamani, entrando per la parte della stalla di sotto…et arrivate dove detto Cristoforo era in letto solo, che dormiva, cominciò ad ontarlo aiutandola sempre la Mercuria, et incominciarono dal capo sino alii piedi, né mai esso si mosse dal sonno, né io mai le aiutai…e fornito che avessimo, ci partissimo e ritornassimo a casa della Domenica [ si tratta di Domenica Graziadei, donna accusata successivamente, precisazione da farsi per non entrare in confusione con la stessa madre di Lucia, Domenica Chemelli n.d.A] , et incominciaron a ridere e a trar fuori del pane…”, e di come partecipavano agli incontri stregoneschi in compagnia del demonio “…vi son andata più volte in compagnia della Mercuria, di Domenica, qualche volta vi veniva mia madre e Morandina di Maran, col diavolo in forma d’huomo, che ci abbracciava tutte, e poi andavamo a spasso facendo festa e ballavamo…”. Con il proseguo del processo scopriremo ancora una volta la triste verità che si cela dietro a questi racconti, infatti il 6 Dicembre, Cecilia Sparamani, in interrogatorio, descriverà come il figlio Cristoforo era soggetto ad attacchi epilettici, la medicina non aveva avuto effetti su di lui e così “…deliberai di mandarlo a Padova da Sant’Antonio ma…fu condotto a Brontolo, ad un Vescovo dal qual fu scongiurato; poi l’ho fatto condurre a Trento da Padre Macario a ricever alcuni bollettini contro le fatture…”. Ancora una volta, dietro alle accuse e alle denunce di stregoneria veniva riproposto alla comunità, o al singolo, il capro espiatorio degli eventi che la razionalità umana non riusciva a spiegare.

 

Il 2 Dicembre era ancora la corda a parlare, durante gli interrogatori alla domanda se aveva altre accuse da fare, Lucia Cavaden risponde che “…se vostra Signoria mi dimanderà, dirò quel che saprò: ma di grazia non mi faci dar tormenti!…”. L’orrore dell’infamia si stava spargendo, furono interrogate successivamente la Menegota, madre di Lucia e Domenica Gratiadei, che, se in principio erano pronte a negare di aver partecipato a simili rituali, “…Vostra Signoria scriva che l’ho fatto, non so però d’averlo fatto…” successivamente, tra torture e prigionia, confessarono le orribili accuse. Molte altre persone sarebbero così state accusate ed arrestate, Benvenuta Graziadei, figlia della già citata Domenica, Cecilia Sparamani, madre di quel Cristoforo stregato dalle donne, Madonna Maria e sua figlia, il fabbro Gratiadei, il signor Santo Pertellino, Caterina Fitola, Ginevra Chemola, Isabetta e Paolina Brentegani, Maddalena Andrei (detta la filosofa), Valentina Andrei e Pasqua Bernardini.

 

La comunità cade nella trappola dell’inganno, e così molti degli eventi negativi avvenuti, degli incedenti e delle malattie nel paese vengono attribuiti e imputati alle stregonerie delle donne, il tetro sipario della superstizione e della paura calava terribilmente su quell’inverno del 1646. Ecco così che al tribunale si presenta Antonio Ferrari, “…già alcuni anni mi morseron alcuni bovi, una vacca ed una manza con mio gran danno; sebbene però non ho avuto sospetto di alcuno. Mia moglie l’altro giorno mi ha raccontato che Lucia Cadavena, che hor si trova qui prigioniera, vene una volta in casa mia a pregarla ch’io volessi tenerle una creatura a battesimo…” e anche la morte prematura della figlia del Giudice e Cancelliere del processo Frisighello fu attribuita ad un’erba velenosa portata lei da queste streghe. Non ci volle molto a far confessare anche queste nuove accuse, il 7 Dicembre, sotto tortura Lucia parla “…d’un insalata mandata alla fu Lisabetta, figlia del Cancellier Frisinghello, per farle fare il mal fine…”, il 18 dello stesso mese, al suo sesto interrogatorio in richiesta della sua complicità per il tragico incidente delle vacche la ragazza risponde “…signor sì ch’è vero e io lo ratifico, e lo mantinirò anche nei tormenti…” e lo stesso farà Benvenuta Graziadei.

 

Il processo durò ben un anno, a nulla valsero le difese degli avvocati delle donne, il fatto che il Cancelliere era coinvolto direttamente nel processo per giudicare le donne che avrebbero ucciso la figlia e la moglie, che le accuse iniziali erano mosse da chiara diffamazione tra donne che, si accusavan l’un l’altra pur di salvarsi, che molte delle testimonianze furono suggerite dagli inquisitori durante le torture, che i medici affermarono che i molti “marchi del diavolo” ritrovati sui corpi delle giovani durante gli interrogatori ove veniva così denudata e rasata completamente per scrutare le parti più intime e segrete, al limite di una morbosità sessuale, erano di origine naturale, che, come si legge dagli atti della difesa “…se ad aprir una inquisizion criminale ponno bastare indizi ancor lievi, per carcerare se ne richiedono di fondati, per tormentare di ugenti, per condannare di chiari come la luce del sole…”. Il XIV Aprile 1647 Domenica Chemella, Lucia Cadaven, Domenica Graziadei, Caterina Baroni, Ginevra Che mola, Isabetta e Polonia Graziadei e Valentina Andrei, furono condannate alla decapitazione e al rogo dei loro corpi tenuta in località Giare e alla quale dovette assistere tutta la popolazione, pena un'ammenda di 25 ducati. Ignoranza, pregiudizi, vendette e crudeltà, questi furono le vere imputazioni di un processo terminato nel sangue e che scosse l’intera comunità di Nogaredo ma che allo stesso modo colpì molti altri paesi, come Triora, o Rovereto per citarne qualcuno. Sarebbe bastato accusare qualcun altro per avere nuovi sviluppi e nuovo dolore, “…ed arduo sarebbe conghietturare quai gigantesche dimensioni quel formidabile dramma avrebbe potuto assumere mercè gl’influssi, e dietro la spinta d’una volontà inflessibile…

 

 

Note bibliografiche:

- A. Romanazzi, La Dea Madre e il Culto Betilico, antiche conoscenze tra mito e Folklore, Levante editore, Bari 2003;
- T. Dandolo, La Signora di Monza e le streghe del Tirolo, Milano 1855.

 

 

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